23 marzo 2014

Il barbiere di Sulaimaniyah

Sono andato a farmi i capelli da un barbiere in città.

Il barbiere non parlava inglese, ma non ce n'è stato alcun bisogno.

"Hair" indicando con un dito la testa.
"Cut!" facendo la gesture delle forbici con l'altra mano.

selfie con acconciatura (un po') "kurdistana"... si può notare anche la sciccheria: gilet double-face blu scuro fuori e arancio-alta-visibilità-con-bande-rifrangenti dentro.
"Basha kaka!" La risposta laconica e gioviale, col sorriso di chi ha capito cosa può fare per accontentare il cliente (trad: "va bene, amico").

Il servizio è a 5 stelle (mica quelle altre fave del c.d. MoVimento, meh!) asciugamano sulle ginocchia, asciugamano sulle spalle, bavero e mantella.

Nel cassetto del mobiletto, sotto allo specchio gigante, una scatola di plastica vecchia una vita con innumerevoli pettini neri di bachelite di svariate misure e passi, presi e riposti decine di volte al giorno con la cura e la dedizione che un solo un artigiano riserva ai propri attrezzi di lavoro preferiti.

Puro lavoro di forbici, spolverate frequenti sulle spalle.

Shampoo e risciacquo, lozione alla menta forte, strofinata con vigore. La testa mi si ghiaccia piacevolmente.

Phon, acconciatura, e brillantina . Non sono solito mettere roba in testa, ma mi piaceva non disturbare la sua sicura routine.

Ed eccomi, con una nettissima riga a sinistra, un po' troppo "vintage", ma immagine del capello ordinato "alla vecchia maniera" che solo un maestro dei tempi andati avrebbe potuto farmi esibire senza vergogna.

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